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[ semioblog ]: eBookFest a Fosdinovo 


Giorgio Jannis e’ impegnato in questo bel progetto, di cui ci parla nel suo semioblog:

Sto dando una mano qui a Fosdinovo per organizzare l’eBookFest.

E avremo da divertirci. Andate sul sito ebookfest.it e troverete il programma, l’elenco dei relatori, qualche ragionamento.

Racconto tra qualche giorno qualcosa, intanto ecco un lancio.

e-bookFest

A Fosdinovo va in scena il libro digitale

Organizzata da Associazione Tecknos, Bibienne e da Guaraldi editore, nella suggestiva cornice del Castello Malaspina di Fosdinovo (Massa Carrara), dal 10 al 12 di settembre 2010 si terrà la prima edizione del Festival dedicato al mondo degli e-books. Visita subito il sito della manifestazione:www.ebookfest.it

Leggi tutto il comunicato qui: [ semioblog ]: eBookFest a Fosdinovo.

Facebook e il decadentismo digitale 

Interessanti spunti di Sergio Maistrello e sul Post, sulla piattaforma piu’ amata ed odiata al mondo… anzi la piu’ usata, ma non amata:

Usiamo Facebook, foanzi rse anche troppo, ma non ci piace davvero. Questo almeno è quello che che rivela uno studio di ForeSee Results, che mette a confronto la quantità di utenti di un prodotto o servizio con la loro soddisfazione. Quando una piattaforma è la più usata è difficile distaccarsene, un po’ per pigrizia e un po’ per abitudine, soprattutto nel caso di un servizio come Facebook che richiede l’adesione di una quantità molto elevata di utenti per poter davvero funzionare. Spiega Businessweek:

Probabilmente è una variazione del concetto di «satisficing». La parola «satisfice», coniata nel ‘56 da Herbert Simon, economista e psicologo della Canergie Mellon University, combina le due parole «satisfy» (essere soddisfatto) e «suffice» (essere abbastanza), e descrive il modo in cui i consumatori fanno le loro scelte seguendo la strada più comoda. Nel caso dei social media, vai dove sono i tuoi amici.

Diverse le possibili spiegazioni di questo rapporto cosi’ prosaico, con uno strumento che in molti casi assorbe incredibili quantita’ di tempo ed attenzione. Sergio parla di aspetti funzionali e di experience, mentre nel pezzo citato qui sopra si parla di policy ostili.

Io aggiungerei anche la questione del saldo non sempre positivo, tra tempo investito e benessere e vantaggio guadagnato. Per quanto possiamo essere d’accordo nell’importanza delle reti sociali, della condivisione della conoscenza, della creativita’ allo stato liquido, rimane sempre incompleto il livello di realizzazione di se’, mancando almeno due grosse componenti: quella fisica, e quella progettuale. E per entrambi e’ necessario il collegamento col territorio.

Facebook, come altre piattaforme di social networking, se considerate come strumento isolato, sono per la relazione fine a se’ stessa. Questa non e’ certo un’esperienza di scarso valore, e il suo potenziale in termini di benessere interiore, approfondimento conoscitivo e sviluppo di un senso comune sono importantissimi, specie dopo anni votati ad un individualismo che si trasformava molto spesso in isolamento. Ma superata la sbornia, e raffinate le esigenze, per relazioni piu’ efficaci e per esperienze piu’ profonde, inevitabilmente, la piattaforma (qualunque essa sia) mostra i suoi limiti, e il gioco alla fine stanca.

Da questo punto di vista Facebook non ha nulla di meno delle altre, se non forse la “colpa” di creare maggiori aspettative. Mi rendo conto che non ho risposto alla domanda di partenza dei due articoli (perche’ scelgono tutti Facebook e non un’altra piattaforma?), ma sinceramente, a questo punto (509 milioni di utenti nel mondo, e quasi 17 in Italia – dati in tempo reale), non c’e’ storia: la risposta e’ perche’ sono tutti qui.

Per capire l’ascesa di Facebook (argomento obsoleto, ma forse a qualcuno interessa ancora), Read the rest of this entry →

Web: prognosi riservata 

[Aggiornato il 20 agosto, mentre il dibattito e' ancora in corso in rete]

Innanzitutto, quale sarebbe la malattia, secondo Andersen:

Quella tra il web, inteso come quell’insieme di tecnologia orientate alla navigazione, e le applicazioni sviluppate da soggetti privati che vivono dentro internet non è una distinzione da poco. Secondo Anderson infatti «una delle più importanti svolte nel digitale è stata proprio il passaggio dal mondo aperto del Web a quello di piattaforme chiuse o semi chiuse che usano internet soltanto come mezzo per trasportare». Un passaggio a cui ha contribuito anche il successo dell’iPhone che attraverso le apps ha creato un sistema che Google non può aggredire e che non sempre parla l’Html, il linguaggio del Web. Ma in definitiva i veri responsabili saremmo noi, gli utilizzatori della rete che abbiamo preferito la semplicità delle piattaforme chiuse alle logiche della rete. In sostanza la tesi di Wired è che il Web non è il culmine della rivoluzione digitale ma solo una fase. Il centro dei media interattivi si allontanerebbe sempre di più dall’Html con il rischio che in futuro continueremo ad avere pagine internet, così come oggi continuiamo ad avere cartoline e telegrammi.

via Dopo la provocazione di Wired ecco come il web inizia una nuova vita – Il Sole 24 ORE.

La lettura “mercatista” di Andersen si capisce di piu’ qui:

Secondo Anderson il cambiamento ambientale post-Html che sta emergendo sembra essere, di fatto, più adeguato allo sviluppo del turbo capitalismo della Rete, ed è quindi probabile una sua stabilizzazione in tempi brevi. Come scrive Anderson spiegandoci – credo non ironicamente – il “lato positivo” del Capitale:

Now it’s the Web’s turn to face the pressure for profits and the walled gardens that bring them. Openness is a wonderful thing in the nonmonetary economy of peer production. But eventually our tolerance for the delirious chaos of infinite competition finds its limits. Much as we love freedom and choice, we also love things that just work, reliably and seamlessly.

via The Web Is Dead. Long Live the Internet

via Il web non muore, ma noi stiamo cambiando | Apogeonline.

Ma non tutti sono d’accordo: Read the rest of this entry →

Web of Places: internet e territorio sempre piu’ integrati (ecosistema 2.0) 

[...] Secondo me è più facile che prendano piede applicazioni terze che interagiscono con i dati georeferenziati di Facebook che funzionalità proprietarie: magari piattaforme di Augmented Reality + Social. Allora, forse in questo caso, sarebbe a rischio Foursquare.

via  Social Location Based Services, arriva Facebook | Fabio Lalli.

[...] Anche se il servizio mette a serio rischio le attività degli altri player, stanotte sul palco sono apparsi i responsabili di Foursquare e Gowalla. Al momento il rapporto con Facebook è solo unidirezionale, nel senso che solo i check-in dei due pionieri alimenteranno lo stream di Facebook. In realtà l’obiettivo di Zuckerberg non è quello di annichilire gli avversari, ma di ridurli al ruolo di partner della sua piattaforma.

via Places: il nuovo servizio di geolocalizzazione di Facebook | Vincos Blog (di Vincenzo Cosenza).

[...] Chris Cox, vicepresidente prodotto per Places, ha ipotizzato un uso diverso: Places servirebbe per “agganciare le storie di Facebook a una location fisica”. Il che significa per esempio, che fra dieci anni, per usare ancora le parole di Cox, “quando un utente camminerà su una spiaggia il telefonino comincerà a vibrare e riceverà un messaggio che lo informerà che è in quel posto che i suoi genitori si sono dati il primo bacio”. Un po’ poetico. E un po inquietante.

via Facebook Places: ogni luogo  racconterà la sua storia – LASTAMPA.it (di Francesco Guerrini).

Non c’e’ dubbio che stiamo parlando di un tassello fondamentale nella progressiva fusione tra ecosistemi digitali e territoriali, in pieno spirito Ecosistema 2.0 !!!

Storia ipercontemporanea: com’e’ nato il blog 

Siamo nel maggio del 1999. Peter Merholz pubblica una nota – un post, lo chiameremmo oggi – sul suo sito internet. Ne pubblica diverse, tutte molto brevi: meno di cento caratteri, oggi forse sarebbero dei tweet. Peter scrive che ha deciso di chiamare i weblog in un altro modo: wee-blog. Wee è uno dei tanti modi per dire “fare la pipì”, gli era sembrato un gioco di parole simpatico. Oppure direttamente blog, che è più breve. [...]

via Abbiamo inventato i blog | Internet | Il Post.

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