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Questa e' la casa principale del Progetto "Ecosistema 2.0", un think UN-tank (un think-tank non convenzionale) sui modelli a rete applicati in internet e nel territorio, intorno al quale ruota una community di professionisti e appassionati. Leggi anche:
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Professioni liquide 

Source: FV Lab

Se – come espresso da Bauman – modernità, amore, vita, paura sono “liquide”, la variabile lavoro non è da meno. Mai come oggi stiamo assistendo a un’evoluzione sostanziale di questa realtà, con la crescita preponderante di quelli che possiamo definire “professionisti della conoscenza”.

Sono ascrivibili alla categoria i lavoratori autonomi (freelance, liberi professionisti, collaboratori a progetto) che svolgono un’attività in proprio di tipo intellettuale, basata su competenze altamente specifiche e caratterizzata da una serie di peculiarità tipiche dell’era post-fordista: mobilità, flessibilità, individualismo, precarietà.

Mi riferisco in particolare ai lavoratori indipendenti di seconda generazione, nati dopo l’avvento di Internet. La Rete, questo luogo “senza spazio”, ha messo in gioco nuove modalità di vivere e organizzare l’attività lavorativa.

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A future love story – Un distretto industriale evoluto 

Riprendo questo articolo di Nicola Zago, sull’intervento sulla zona industriale di Villa del Conte, di Anna Scalfi Eghenter, artista trentina che, attraverso l’arte, cerca di innescare dinamiche partecipative oltre l’ambito strettamente artistico su temi come l’economia, l’ambiente, la vita quotidiana e l’abitare.

Mi sembra particolarmente interessante come embrione di un nuovo Rinascimento Veneto, in cui oggi come allora, la rivisitazione del ruolo dell’uomo e lo scatenamente delle energie che ne consegue, non vanno nella distruzione dei modelli precedenti, ma fagocitandoli e ricomponendoli in una nuova visione del mondo. Ecco che il distretto industriale, freddo antisociale e ottusamente produttivo – anche se perfetto come macchina per generare soldi – diventa luogo di (ri)aggregazione, condivisione ludica e ambiente fertile per contaminazioni culturali.

Il suo nuovo progetto “Il tempo è il luogo”, a cura di fondazione march, invita a riflettere sui punti critici della mobilità della zona industriale di Villa del Conte (PD), proponendo strategie creative ai fruitori che possano diventare nuove abitudini e che stimolino le relazioni tra le aziende.

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Urban Creativity Camp – Modena, 3 Mag 

Su Kublai, Ludovica Cottica, di Cities, scrive:

urbancreativitycamp

Il progetto Cities collabora con Democenter e ModenaIn per realizzare a Modena l’iniziativa Urban Creativity Camp il prossimo 3 maggio. Tutti i creativi che hanno idee innovative focalizzate sui centri storici sono invitati a partecipare, a sviluppare il loro progetto e partecipare alla giornata di co-working e di costruzione di relazioni.

I temi sono stimolanti:

  • la città intelligente
  • la città della conoscenza
  • la città green
  • la città attraente

Vi invito a visitare la pagina di Kublai dedicata oppure il sito www.urbancreativitycamp.it.

Sempre con Democenter stiamo lavorando per realizzare il programma di incontri seminariali/workshop tra imprese creative modenesi e imprese tradizionali, che contiamo di concretizzare nel mese di giugno. Appena avremo fissato il programma definitivo vi aggiornerò anche su questo…. e su un’altra opportunità, molto interessante, che spero di poter spiegare qui su Kublai nel giro di una decina di giorni al massimo e che ha come tema la rigenerazione creativa del Villaggio Artigiano Modena Ovest.

VRBAN: un progetto comunale fa nascere un’impresa creativa 

Alberto Cottica racconta un caso concreto di iniziativa pubblica, gestita in nome della trasparenza e della collaborazione, favorita dall’utilizzo di (poche) tecnologie basate su internet, e capace di lasciare un segno nella citta’ (di Verona). Interessante come metodo di lavoro, piu ancora che per i risultati raggiunti. Vado subito al passaggio conclusivo:

È stata la mia prima vera esperienza di creazione di una comunità. Ho creato una mailing list (cosa pretendete, mica c’era Facebook nel 2005) e preteso che tutto il possibile passasse da lì, con le proposte scritte e visibili a tutti; ho costretto il personale del Comune a riunioni che cominciavano alle sette di sera, per dare modo al mondo dell’associazionismo di partecipare senza compromettere il loro lavoro; ho perfino convinto un assessore, Giancarlo Montagnoli, e una dirigente, Maria Gallo, a concludere tutte le riunioni all’osteria di fianco al palazzo del Comune, insieme ai ragazzi delle associazioni. Ho scoperto il potere della trasparenza e dell’informalità: i progressi più importanti si facevano quasi sempre all’osteria, quando la gente abbassava la guardia e andava a ruota libera, non in riunione. Alla fine l’evento si è fatto: si riappropriava di spazi come l’ex zoo ai bastioni della città; incarnava un’idea di Verona più libera e creativa, con le sfilate di moda africana, i contest di writers, e il mitico bus-discoteca che vedete nel video. L’hanno chiamato VRBAN, ed è stato un successo clamoroso. Molte persone che hanno partecipato al processo hanno scoperto le une nelle altre colleghi capaci e degni di rispetto, con cui può anche essere bello collaborare.

Di recente sono tornato a Verona per un concerto e ho rivisto alcune di quelle persone. E – sorpresa! VRBAN esiste ancora, ed è diventato l’evento principale dell’estate veronese, con migliaia di partecipanti. È arrivato alla sesta edizione; è interamente finanziato da ricavi propri e sponsor privati (la nuova amministrazione di centrodestra gli fornisce comunque alcuni servizi); viene progettato e gestito da alcuni dei ragazzi del 2005, nel frattempo diventati professionisti degli eventi culturali (Alessandro, Fabio) e della comunicazione (Ale); ha perfino dato vita alla rete italiana dei festival musicali ecosostenibili. È un pezzo di economia e cultura cittadina. Che soddisfazione! Intendiamoci, il merito è loro. Ma il Comune ha fatto la sua parte, e il mio aiuto a qualcosa penso sia servito.

[Leggi l'articolo intero di Alberto Cottica, sul suo blog Contrordine Compagni]

Il cloudworker: il lavoratore di oggi, nella nuvola 

Giuliana Guazzaroni scrive su Ibrid@menti, a proposito del cloudworker, termine coniato dal blogger Venkatesh Rao, e ne riprendo imolti dei tratti caratterstici che lei stessa riepiloga:

Il lavoratore nuvola (“cloudworker”) è qualcuno che utilizza on-demand la tecnologia e gli strumenti di collaborazione, come le comunicazioni unificate, per lavorare da ogni luogo e in qualsiasi momento. Utilizza, inoltre, la libertà che ne risulta per seguire una carriera e uno stile di vita tagliati su misura sulle proprie esigenze. [...]

Il cloudworker può essere descritto unicamente attraverso quelli che sono i suoi talenti personali o, al contrario, attraverso la mancanza di questi stessi.

Il lavoratore nuvoletta si occupa di microbrand personale e di capitale umano disseminato nei network sociali, piuttosto che della sua carriera lavorativa tradizionalmente intesa.

In un epoca di recessione e grandi bolle, il lavoratore della conoscenza naviga nell’etere in modo fluido. Nel corso della sua vita attraversa momenti di lavoro tradizionale, di lavoro frammentato e, allo stesso tempo, porta avanti una carriera multipla.

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