Psicopatologia della rete quotidiana 

boivinRipropongo queste considerazioni di Luca Giudici sui possibili danni procurati da un livello di interazione sempre piu’ spostato a livello intellettivo, bypassando quindi il filtro delle sensazioni corporali. Mi fa ripensare agli interventi all’IASummit, in cui si parlava di “interazione senza interfaccia” (perche’ insiste direttamente nel cervello) come di un passo avanti, proprio per la possibilita’ di bypassare elementi di disturbo nella comunicazione e interpretazione del mondo che ci circonda. Grazie per entrambi gli stimoli: ora ce n’e’ da rielaborare… Per ora dico solo che questi stimoli mi sono arrivati grazie alla virutaliizzazione ;-)

Lo stazionare in rete (1), intendendo con ciò la condizione di coloro che come forma di relazione e di informazione utilizzano principalmente la rete; il surplus informativo (2) che ne deriva; la connessione costante (3) a cui si è inevitabilmente sottoposti, contengono in sé elementi psicotici.

Queste tre caratteristiche, che rimandano a fenomeni come gli otaku giapponesi, ma che in realtà sono proprie anche di stati molto meno deteriorati, sono le leve attraverso cui un processo informativo apparentemente standardizzato si trasforma in una modalità di assunzione dell’informazione deleteria per quella che potrebbe essere una vita felice e realizzata.

L’unica osservazione che mi sento di aggiungere gia’ subito, e’ che anche quando la nostra interazione e’ sensoriale, filtrata dal corpo, il nostro cervello non ne e’ certamente escluso. Dunque perche’ questa percezione di overload? Forse che attraverso la lettura di testi e la visione di video attraverso la Rete, transitano quantita’ maggiori di informazione? Forse che si tratta di tipi di informazione differente da quelli acquisibili col tatto o con l’odore, e l’elaborazione di questi ci risulta meno efficiente? Forse che la differenza in questo tipo di interazione attraverso la Rete consiste nell’utilizzo di differenti parti del cervello, meno istintive e di cui siamo piu’ consapevoli? Forse che ci poniamo domande che fra qualche secolo faranno sorridere i nostri pronipoti, piu’ o meno come noi sorridiamo all’idea che i nostri antenati cavericoli soffrivano violenti mal di testa quando si trovarono ad interagire con etnie capaci di utilizzare la lingua in modo piu’ evoluto rispetto ai loro urli appena modulati? Io temo che le nostre psicopatologie quotidiane abbiano piu’ radici nella difficolta’ di dare un senso al mondo in cui viviamo, e non nel modo con ci rendiamo conto che il mondo in cui viviamo non ha senso.

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